La Milano Fashion week apre ufficialmente i battenti. ll circo della moda smonta e rimonta le sue tende, in giro per le quattro città che sono il fulcro del fashion business: New York, Londra, Milano Parigi. Ogni città, nonostante faccia parte dello stesso grande spettacolo, vive ed interpreta la Fashion Week a proprio modo.

Naomi Tolentinati - Fashion week NewYorkNew York è esponenzialmente importante e defilata contemporaneamente. Gli americani hanno un rapporto strano con la moda: la creano per strada, dal nulla, casualmente, nascono tendenze solo per delle fissazioni o delle nevrosi metropolitane, di conseguenza degli uffici di stile non sanno che farsene. Tutto è moda e niente è moda, per il popolo stelle e strisce che ha trovato la maniera di far tendenza pure con la bandiera. Chi presenta la propria collezione a New York lo fa perché la stampa è meno critica, non passa al vaglio ogni centimetro di stoffa e ogni tema di collezione, questo approccio più easy permette a stilisti provenienti da ogni parte del mondo, di tentare di dire la loro senza essere sotto una lente d’ingrandimento insostenibile. L’America offre sempre una possibilità, e se non ce la fai, sparisci esattamente come sei venuto.

Noi europei invece, alla moda diamo un peso diverso, se non funzioni la stampa ti trita, e se fai flop ti cambiano dopo una stagione.

Naomi Tolentinati - Fashion week ParisL’approccio londinese è underground, quello di una moda embrionale, sperimentale e in via di studio costante, senza identità perché l’identità ibrida e in divenire è la sua stessa matrice.La Saint Martins influenza profondamente le performance degli stilisti, a Londra si va per provare a gridare fuori dagli schemi, e rimanere ingiudicati è un tacito accordo. Che tu piaccia o no, hai detto la tua, e a volte quando sei fortunato, perché non è sempre e solo questione di bravura, puoi diventare qualcuno vedi la Mary Katrantzou, o House of Holland.

Milano e Parigi invece non perdonano nessuno. Bolle papali si propagano dopo dieci minuti da ogni sfilata. Se lo show non è all’altezza c’è la gogna mediatica per sei mesi. Scannerizziamo ogni dettaglio, facciamo l’anamnesi di ogni filone, e se qualcosa ci ricorda una sfilata precedente si grida subito al copiato da. Nelle città della moda dai numeri importanti, non si possono fare le prove, si deve fare business.
Naomi Tolentinati-Crosschic-fashionweek-MilanQuindi se Prada, Armani, Dolce & Gabbana, Givenchy, Dior LV o Chanel non viaggiano secondo standard altissimi e convincenti, il fio da pagare sarà la critica incessante che passerà attraverso le pagine dei giornali. È così che saltano le poltrone, e c’è un ricambio di stilisti che sembrano le panchine degli allenatori di calcio. Chi va dove e chi lascia chi. Ci stanno appassionando più queste dinamiche, che non il prodotto in se stesso. La moda è business, e con i soldi non si scherza, soprattutto quando sono tanti e quando sono di Arnaul, che detiene mezzo calendario della Paris Fashion Week. Ecco dunque spiegato come mai da noi la moda è questione seria. Non si sbaglia e non si scherza, pena il licenziamento.

Dobbiamo anche aggiungere che, il concetto di Atelier e Pret-a-Porter, ha radici assolutamente europee, e siamo ancora troppo attaccati alle nostre tradizioni, per poter permettere alla globalizzazione di ingoiarci anche questo vanto. La Moda è europea e da sempre una questione di cultura. Vista da questa ottica, la moda ridimensiona la sua prepotenza finanziaria e cerca di rimodularsi a quell’allure di magia motivo per la quale è nata: far sognare e sorprendere le donne.
Che poi a volte ci riesca altre volte no, sono dettagli, pazienza.

Detto questo, godiamoci lo show e che inizino le danze.
Naomi